Etichetta Made in Italy: ecco cosa ci dice

Quando vediamo un'etichetta Made in Italy la associamo spesso a filiere più corte, minori emissioni legate al trasporto, maggiore tutela del lavoro. Ma non è sempre così

Quando si parla di consumo responsabile, il Made in Italy viene spesso indicato come una scelta preferibile: filiere più corte, minori emissioni legate al trasporto, standard di tutela del lavoro generalmente più elevati rispetto a molti Paesi extra-Ue e la possibilità di non sostenere regimi autoritari o contesti segnati da gravi violazioni dei diritti e dell’ambiente.

 

Ma quanto possiamo essere certi, quando acquistiamo un prodotto con la dicitura Made in Italy, che sia stato davvero realizzato in Italia? E cosa possiamo capire leggendo le etichette? Siamo sicuri che in questo modo sceglieremo prodotti che sono stati realizzati senza sfruttamento di lavoratrici e lavoratori?

 

Insomma, la questione è più complessa di quanto possa apparire a prima vista. E abbiamo quindi scelto di approfondirla, per poter orientare i nostri acquisti in modo più consapevole.

 

L’etichetta Made in Italy nella normativa

Nel linguaggio comune, Made in Italy viene spesso interpretato come interamente prodotto in Italia.

 

Tuttavia, la normativa europea e italiana definisce il Made in Italy in base alla “origine non preferenziale” della merce: un prodotto può essere indicato come Made in Italy quando l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale è avvenuta in Italia, anche se parti o semilavorati provengono dall’estero.

 

A stabilirlo è il Codice Doganale dell’Unione europea (Regolamento UE 952/2013 e relative norme di attuazione).

 

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Foto: via Pixabay

Quando un prodotto può essere Made in Italy

Secondo la disciplina sull’origine non preferenziale:

• un prodotto può essere considerato italiano se è interamente ottenuto in Italia (come prodotti agricoli raccolti e lavorati in Italia);

• oppure se in Italia è avvenuta l’ultima lavorazione sostanziale, anche se componenti o materie prime provengono da altri Paesi.

 

Questo principio è fondamentale: la dicitura Made in Italy non riguarda tutte le fasi produttive, ma può interessare solo l’ultima lavorazione significativa che dà al prodotto la sua identità industriale.

 

“100% Made in Italy” e altre diciture: questione di etichetta

Esistono indicazioni più specifiche rispetto al generico Made in Italy:

• “100% Made in Italy”, “100% Italia” o “Tutto italiano” sono riservate ai prodotti realizzati interamente in Italia: progettazione, lavorazione e confezionamento esclusivamente nel territorio italiano;

• per prodotti che non sono di origine italiana, ma riportano nome o marchio italiano, è richiesto che l’etichetta sia accompagnata da una specifica informativa sul Paese di produzione (per esempio: “prodotto fabbricato in …”, “importato da …”).

 

In altre parole: un capo Made in Italy può non essere stato prodotto interamente in Italia, purché l’ultima lavorazione sostanziale sia stata fatta nel nostro Paese.

 

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Cosa NON garantisce il Made in Italy

La dicitura non garantisce automaticamente che:

• tutte le materie prime siano italiane, né che tutte le fasi della filiera produttiva siano state svolte nello stesso Paese;

• un prodotto sia stato realizzato da lavoratori con standard di tutela superiori o con condizioni di lavoro compatibili con quelli italiani.

 

La normativa è orientata all’origine doganale del bene (ultimo luogo di trasformazione sostanziale), non alla tracciabilità completa della filiera produttiva.

 

Leggere l’etichetta in modo critico

Quando si cerca trasparenza sull’origine, dobbiamo dunque tenere presente i seguenti aspetti:

• la dicitura Made in Italy indica soprattutto l’ultima fase significativa di lavorazione, secondo le regole doganali, non la provenienza di ogni componente;

• espressioni come “prodotto in Italia”, “confezionato in Italia” o “assemblato in Italia” non assicurano che tutte le parti del prodotto siano italiane;

• “Design italiano” / “Designed in Italy”: riguarda solo la progettazione, non la produzione;

• “Assemblato in Italia” spesso segnala che i componenti principali sono stati prodotti altrove;

• per avere maggiore chiarezza su filiera e provenienza delle materie prime, è utile cercare etichette aggiuntive (per esempio: “ingredienti coltivati in …”, “componenti di …”), quando disponibili.

 

Nota: nel caso degli alimenti, la legge richiede anche informazioni sull’origine degli ingredienti primari in alcuni casi, ma questo è disciplinato da norme specifiche per categorie diverse (Regolamento Ue 1169/2011) e non sempre le indicazioni sono obbligatorie per tutti i prodotti alimentari.

 

Etichetta Made in Italy: tessile, alimentare ed elettronica

Non esiste una regola uguale per tutti i settori riguardo al significato di Made in Italy.

• Abbigliamento e moda: molto spesso il prodotto può essere assemblato o confezionato in Italia, ma componenti o tessuti possono provenire da altri Paesi, così come la filatura, tessitura e tintura. In questi settori esistono normative specifiche per l’etichettatura dell’origine delle singole fasi (per esempio: legge Reguzzoni per tessile, pelletteria, calzature).

• Alimentare: le regole sull’etichettatura dell’origine possono essere più complesse e dipendono dal tipo di prodotto. Per alcune categorie è obbligatorio indicare l’origine di determinati ingredienti.

• Elettronica o prodotti complessi: molte componenti essenziali possono essere fabbricate all’estero. La dicitura Made in Italy può riferirsi all’assemblaggio finale o a fasi specifiche svolte in Italia, ma non esprime necessariamente l’origine completa del prodotto.

 

Il concetto di Made in Italy non garantisce una filiera del tutto nazionale per alcun settore, ma indica dove si colloca il valore finale del prodotto secondo la normativa doganale.

 

Etichettatura ingannevole o falsa: norme e sanzioni

L’etichettatura ingannevole o falsa sull’origine può essere ritenuta una pratica illecita:

• la legge italiana prevede sanzioni in caso di indicazioni false o fallaci sull’origine dei prodotti;

• la Corte di Cassazione ha confermato che indicazioni ingannevoli sull’origine possono essere punite come reato quando la dicitura induce in errore il consumatore.

 

Paesi da evitare

Nelle analisi delle aziende realizzate dai ricercatori di Equa, abbiamo considerato “Paesi oppressivi” – e quindi abbiamo penalizzato le imprese che ci hanno collaborato – quelli contenuti in questo elenco, aggiornato per l’ultima volta nel 2024 dal nostro partner Ethical Consumer in base a complessi criteri di valutazione: Algeria, Bangladesh, Bielorussia, Repubblica Centrafricana, Cina, Repubblica Democratica del Congo, Egitto, Eritrea, Etiopia, India, Iran, Iraq, Israele, Libia, Mali, Messico, Myanmar, Nigeria, Corea del Nord, Filippine, Russia, Arabia Saudita, Somalia, Sudan del Sud, Sudan, Turchia, Uganda, Venezuela.

 

Dalle prossime analisi, probabilmente, considereremo anche altre fonti, perché Ethical Consumer ha smesso di aggiornare questo elenco.

 

Comprare italiano non è la soluzione definitiva

Scegliere Made in Italy può essere una decisione sensata dal punto di vista ambientale e sociale, ma solo se accompagnata da uno sguardo critico. Le etichette, come abbiamo visto, aiutano, ma non raccontano tutto. E settori diversi seguono regole e pratiche molto diverse.

 

Per un consumo davvero responsabile, il Made in Italy è un punto di partenza, non un punto di arrivo. E anche nel nostro Paese, del resto, non mancano casi di caporalato o di gravi violazioni dei diritti dei lavoratori, come è emerso recentemente dalle indagini della procura di Milano per sfruttamento su molti marchi di abbigliamento.

 

Boicottare un intero Paese, ad ogni modo, può essere importante per mandare un segnale politico e provocare cambiamenti positivi: dall’apartheid in Sudafrica all’attuale situazione in Israele, Russia e Myanmar, rifiutarsi di commerciare o consumare è un modo per affrontare direttamente la violenza di Stato.

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