Intelligenza artificiale etica? Qualcuna esiste: ecco quali (e perché le altre no)

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Trovare un'intelligenza artificiale etica è difficile, ma non impossibile. Ecco esempi di AI attente agli impatti su ambiente e persone. E come escono ChatGPT, Google Gemini, Microsoft Copilot, Claude e le altre big da questa analisi

Ogni giorno milioni di persone aprono un’app per chiedere a un chatbot di intelligenza artificiale come fare qualcosa, di scrivere una mail, di riassumere un documento. Secondo i dati del 2026, il 97% dei giovani britannici, per esempio, dichiara di usare almeno uno strumento di AI e la tendenza è in rapida crescita anche in Italia.

 

Eppure dietro a questi strumenti – da ChatGPT a Google Gemini, da Microsoft Copilot a Claude – si trovano scelte aziendali che riguardano la privacy dei nostri dati, le connessioni con l’industria militare, i diritti di chi lavora nella filiera e l’impatto ambientale di infrastrutture enormi. Tutti aspetti che raramente emergono quando si usa un chatbot per la prima volta.

 

Questo articolo si basa in buona parte sull’analisi condotta dal nostro partner britannico, Ethical Consumer, che ha esaminato 12 strumenti AI tra i più diffusi a livello internazionale.

 

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Cosa sono davvero i chatbot AI?

I chatbot di intelligenza artificiale più diffusi funzionano grazie a modelli linguistici di grandi dimensioni (LLM, Large Language Models). In sostanza, si tratta di motori statistici: non “pensano” nel senso umano del termine, ma prevedono la sequenza di parole più probabile in risposta a un input, sulla base di enormi quantità di testo con cui sono stati addestrati.

 

Questo ha conseguenze pratiche importanti: i chatbot possono produrre risposte errate presentandole come fossero accurate – il cosiddetto fenomeno delle “allucinazioni” – e tendono a riprodurre i pregiudizi presenti nei dati su cui sono stati addestrati, che includono buona parte di internet.

 

Organizzazioni indipendenti come Which? hanno documentato che questi strumenti producono frequentemente errori fattuali, citazioni inventate e ragionamenti illogici. Tenere un atteggiamento critico nei confronti delle risposte ricevute non è quindi un eccesso di prudenza, ma una necessità.

 

Privacy: quanto sono sicuri i nostri dati?

La vera privacy è difficile da garantire quando si usa uno strumento AI: per rispondere a una domanda, il sistema deve “leggere” ciò che scriviamo. Alcune piattaforme, però, trattano i dati in modo molto più rispettoso di altre.

 

I fattori principali da considerare sono: se le conversazioni vengono usate per addestrare ulteriormente i modelli, se vengono conservate sui server dell’azienda e se il codice sorgente è open source, cioè verificabile da chiunque.

 

Su questi parametri, i risultati peggiori riguardano alcune delle piattaforme più note. Google (Gemini e NotebookLM), Microsoft (Copilot), Perplexity AI e SpaceX (Grok e xAI) ottengono valutazioni molto basse per la privacy, perché conservano le conversazioni degli utenti, le usano per addestrare i propri modelli e non garantiscono trasparenza open source.

 

Al contrario, Lumo AI – sviluppato da Proton, la fondazione svizzera già nota per ProtonMail – e Thaura ottengono le valutazioni più alte per la privacy. Anche Le Chat della francese Mistral AI si distingue positivamente in questa categoria.

 

Sul piano normativo, la questione è ancora aperta. Il GDPR si applica all’uso dei dati personali nell’AI, ma non copre alcune problematiche specifiche, come la capacità di dedurre caratteristiche sensibili – stato di salute, orientamento politico, etnia – anche da dati formalmente anonimi.

 

L’AI Act europeo, approvato nel 2024, include alcune tutele; ma già nel 2025 la Commissione europea ha proposto modifiche che ne ritarderebbero l’applicazione e amplierebbero le possibilità di accesso ai dati per l’addestramento dei modelli senza consenso esplicito.

 

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Connessioni militari: chi lavora per l’esercito?

È probabilmente l’area di maggiore preoccupazione per chi vuole fare scelte consapevoli. La maggior parte dei principali strumenti AI ha stretto partnership con governi e industria militare.

 

Sette grandi aziende del settore – tra cui Amazon Web Services, Google, Microsoft, Nvidia e OpenAI – hanno reso la loro tecnologia disponibile al Pentagono per “qualsiasi uso legale”.

 

OpenAI (che produce ChatGPT) ha ricevuto un contratto da 200 milioni di dollari dal dipartimento della Difesa statunitense per sviluppare “capacità AI di frontiera per la sicurezza nazionale”, e nel febbraio 2026 ha firmato un ulteriore accordo per consentire al Pentagono l’uso dei suoi strumenti per “tutti gli scopi legali”.

 

Microsoft (Copilot) ha un accordo con BAE Systems – il maggiore produttore di armamenti britannico – per sviluppare “capacità di difesa digitale”. Google (Gemini) ha rimosso dalle sue linee guida etiche l’impegno a non sviluppare tecnologie che “potrebbero causare danno generale”, sostituendolo con un riferimento alla “sicurezza nazionale”.

 

Una posizione parzialmente diversa riguarda Anthropic (Claude), che ha dichiarato di non voler consentire l’uso dei suoi sistemi in armamenti autonomi o sorveglianza di massa, pur avendo stretto una partnership con Palantir e AWS per consentire all’esercito statunitense l’accesso a Claude per altri scopi.

 

L’unica azienda a dichiarare esplicitamente il rifiuto di qualsiasi lavoro militare è Thaura, fondata da due fratelli siriani nell’ambito dell’incubatore Tech for Palestine. L’azienda ha formalizzato l’impegno a non collaborare con industrie militari, sistemi di sorveglianza che colpiscono popolazioni vulnerabili e tecnologie di occupazione.

 

Da segnalare anche il movimento di boicottaggio QuitGPT, che chiede globalmente di smettere di usare ChatGPT, citando le sue connessioni con il Pentagono, i sistemi di controllo dell’immigrazione statunitense e le donazioni politiche di alcuni suoi dirigenti.

 

I diritti di chi lavora dietro agli schermi

Dietro a ogni risposta di un chatbot AI c’è un lavoro umano spesso invisibile: migliaia di persone – in gran parte nel Sud globale -vengono impiegate per etichettare dati, moderare contenuti e classificare le risposte generate dai modelli. Senza questo lavoro, molti strumenti AI semplicemente non funzionerebbero.

 

Le condizioni di lavoro documentate sono spesso precarie: salari bassi, contratti instabili, assenza di tutele e ritorsioni contro chi tenta di organizzarsi sindacalmente. Il caso più noto riguarda OpenAI: per ridurre la “tossicità” di ChatGPT, l’azienda ha esternalizzato il lavoro di moderazione a lavoratrici e lavoratori kenioti, pagati tra 1,32 e 2 dollari l’ora per leggere e classificare materiali che includevano violenza grafica, abusi sessuali e contenuti di autolesionismo. Diversi di loro hanno riferito di aver subito conseguenze psicologiche durature.

 

Il tema riguarda anche l’occupazione in senso più ampio. Nel 2026, la società fintech Block ha tagliato circa metà della sua forza lavoro invocando l’aumento di produttività garantito dall’AI. Un argomento contestato da molti dipendenti, che lo hanno descritto come una strategia di riduzione dei costi. Gli esperti segnalano che i settori più esposti a breve termine includono il customer service, l’amministrazione, il marketing, la produzione di contenuti e alcune aree del lavoro legale e finanziario.

 

L’impatto ambientale

L’AI non è un servizio immateriale. Ogni domanda posta a un chatbot viene elaborata in data center fisici che consumano enormi quantità di energia, acqua e territorio.

 

Sul fronte idrico, uno studio citato da Ethical Consumer stima che la domanda globale di acqua legata all’AI potrebbe equivalere a quasi due terzi del consumo annuo dell’intera Inghilterra. In diverse regioni, l’espansione dei data center sta già mettendo sotto pressione le riserve idriche locali, con ricadute sui costi idrici per le famiglie.

 

Sul fronte energetico, nel solo Regno Unito i data center assorbono già circa il 2,5% del consumo elettrico nazionale, con una domanda attesa in aumento di quattro volte entro il 2030. Le stime più caute collocano l’impatto complessivo di AI e data center intorno al 2% delle emissioni globali di gas serra entro il 2035.

 

I data center di ultima generazione occupano superfici enormi – spesso superiori al milione di metri quadrati – con ricadute in termini di consumo di suolo e perdita di biodiversità. Nel 2026, Meta ha annunciato la costruzione del più grande data center AI degli Stati Uniti in Louisiana, per un investimento di 27 miliardi di dollari.

 

Non mancano campagne locali e internazionali che chiedono una moratoria sui nuovi data center finché non saranno alimentati al 100% da energie rinnovabili aggiuntive rispetto a quelle già pianificate.

 

Quale strumento scegliere?

Ethical Consumer non considera al momento alcuno strumento AI pienamente raccomandabile. La valutazione complessiva è che l’opzione più etica rimane ridurre l’uso di questi strumenti, ricorrendo quando possibile a motori di ricerca, banche dati, manuali o semplicemente a una persona esperta.

 

Se si vuole comunque usare un chatbot AI, le indicazioni di Ethical Consumer sono le seguenti.

 

Da preferire

Thaura e Lumo AI sono i due strumenti con le valutazioni più alte, soprattutto per privacy e assenza di connessioni militari. Thaura è l’unica azienda a rifiutare esplicitamente qualsiasi collaborazione con l’industria militare e la sorveglianza. Lumo AI si distingue per le politiche di privacy, la struttura non-profit del gruppo che la controlla e le donazioni a organizzazioni umanitarie palestinesi.

 

Le Chat di Mistral AI – azienda francese – si posiziona a metà classifica, con risultati migliori dei big americani soprattutto sulla privacy. L’azienda ha anche tentato di quantificare l’impatto ambientale dei propri modelli, pur non raggiungendo ancora livelli di trasparenza considerati sufficienti da Ethical Consumer.

 

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Screenshot della homepage della AI Thaura

Da evitare

ChatGPT (OpenAI), Copilot (Microsoft), Gemini e NotebookLM (Google), Grok e xAI (SpaceX/Elon Musk), per via delle connessioni militari, delle politiche sulla privacy e della struttura societaria.

 

Usarne meno: la scelta più semplice

Ethical Consumer suggerisce tre principi pratici per chi vuole usare l’AI in modo più consapevole:

 

1. Chiedersi se serve davvero. Prima di usare un chatbot AI, vale la pena valutare se un motore di ricerca, un manuale, un database specializzato o una persona esperta possano rispondere altrettanto bene alla stessa domanda, con meno impatto ambientale e sociale.

 

2. Usarla con consapevolezza. Ogni richiesta è un piccolo atto di consumo. Evitare l’uso per compiti veloci o futili, soprattutto per la generazione di immagini o conversazioni prolungate. Evitare di inserire informazioni sensibili, personali o riservate.

 

3. Tenere il pensiero critico. I chatbot AI producono errori, riproducono stereotipi e non citano fonti verificabili. Usarli come punto di partenza, non come risposta definitiva.

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